Dopo un 2025 caratterizzato da un forte slancio rialzista, i mercati finanziari globali stanno entrando in una fase molto più complessa e delicata. Non si tratta ancora di un vero e proprio bear market, ma i segnali di cambiamento sono evidenti: volatilità in aumento, perdita di momentum e crescente dipendenza dai fattori macroeconomici.
Il contesto attuale è dominato da alcune variabili chiave. L’inflazione rimane più persistente del previsto, i tassi d’interesse restano elevati più a lungo, il petrolio si mantiene sopra la soglia critica dei 100 dollari e si osserva una marcata rotazione settoriale. Tutti elementi che contribuiscono a rendere il mercato più fragile rispetto ai mesi precedenti.
Storicamente, situazioni simili non sfociano immediatamente in ribassi profondi, ma tendono a svilupparsi in fasi di lateralità prolungata, spesso accompagnate da movimenti erratici e improvvisi. È esattamente questo il contesto che sembra delinearsi oggi.

L’S&P 500, punto di riferimento globale, si trova attualmente in una fase correttiva ma ancora costruttiva nel lungo periodo. Il fatto che l’indice rimanga sopra la media mobile a 200 periodi suggerisce che il trend primario non è ancora compromesso. Tuttavia, la perdita di forza è evidente. I livelli tecnici chiave sono ben definiti: c’è un’area SAFE, compresa tra 6500 e 6800, sotto inizia la prima debolezza, 6.200 come livello più significativo e 5.950 come spartiacque di medio periodo. Sul lato opposto, la vera sfida per i compratori si colloca sopra 6.800, oltre la quale il mercato potrebbe tornare a consolidare prima di estendersi verso la soglia psicologica dei 7.000 punti.
L’RSI si muove in zona neutra, tra 45 e 50, segnalando l’assenza di eccessi. Questo è un elemento importante, infatti quando il mercato non è né ipercomprato né ipervenduto, spesso entra in una fase di congestione. Non a caso, configurazioni simili si sono già viste in passato, come nel settembre 2021, marzo 2018 e aprile 2015, tutte fasi caratterizzate da mesi di lateralità prima di una nuova direzione.

Se guardiamo al Nasdaq, il quadro appare leggermente più debole. Essendo l’indice più sensibile ai tassi d’interesse, risente maggiormente del contesto attuale. La pressione sulle valutazioni del comparto tecnologico continua a farsi sentire. Il supporto spartiacque si colloca a 22500, 21000 e 20.300 in caso di ulteriore debolezza, mentre le resistenze si trovano a 24.000, e 25000 punti. Anche qui l’RSI, compreso tra 42 e 45, indica un indebolimento progressivo ma non ancora condizioni di panico. Le analogie con il gennaio 2022 o con l’agosto 2020, dopo il rally pandemico, suggeriscono che il mercato potrebbe ancora attraversare una fase di consolidamento prima di una direzione più definita.

Diversa, almeno in parte, la situazione europea. L’EuroStoxx 50 mostra una maggiore stabilità relativa, favorita da una composizione settoriale meno esposta alla tecnologia e più orientata verso banche, energia e industria. Questo rende l’indice meno sensibile ai tassi e più resiliente nel contesto attuale. I livelli tecnici sono chiari: supporti a 5.500, 5.250 e 4.950 punti, mentre le resistenze si trovano a, 5.850 e 6.000 punti. L’RSI, perfettamente in area neutra, conferma una struttura di mercato laterale.

Ancora più interessante è il comportamento del FTSE MIB, che continua a distinguersi per forza relativa. La presenza dominante del settore bancario e l’esposizione all’energia stanno favorendo una sovraperformance rispetto agli altri indici. I supporti principali si trovano a 43.500, 41500, mentre la resistenza chiave resta in area 46.000. Un eventuale superamento di questo livello potrebbe aprire la strada verso i 47000 e successivamente i 48.000 punti. L’RSI, posizionato tra 52 e 55, evidenzia una struttura più solida rispetto agli altri mercati analizzati.

Un ruolo centrale in questo scenario è giocato dal petrolio, vero e proprio motore della volatilità attuale. Il mantenimento dei prezzi sopra i 100 dollari ha implicazioni dirette su inflazione e politiche monetarie, contribuendo a mantenere alta la pressione sui mercati azionari. I livelli tecnici sono particolarmente rilevanti, i 100 dollari rappresentano un supporto psicologico cruciale, mentre 110 e 120 dollari costituiscono le principali resistenze. Un eventuale superamento dei 120 dollari segnerebbe un cambio radicale dello scenario macro-finanziario, con impatti potenzialmente molto negativi per l’equity.
Alla luce di questo quadro, è possibile delineare tre scenari operativi. Il primo, rialzista, ha una probabilità intorno al 20% e richiede condizioni precise, S&P 500 sopra 6.800, Nasdaq sopra 25000 e petrolio sotto gli 80 dollari. Solo in questo caso il mercato potrebbe tornare a spingere verso i massimi.
Lo scenario più probabile, con una probabilità del 50%, è però quello laterale. I mercati potrebbero muoversi all’interno di range ben definiti per i prossimi mesi, senza una direzione chiara ma con elevata volatilità. Si tratterebbe di una fase di transizione, necessaria per assorbire gli eccessi accumulati durante il rally precedente.
Infine, lo scenario ribassista, richiederebbe un catalizzatore macro significativo, come un’accelerazione dell’inflazione, un ulteriore rialzo dei tassi o un forte aumento del petrolio. I livelli da monitorare sono chiari, una rottura al ribasso di 6.100 sull’S&P 500, 22500 sul Nasdaq e 5.200 sull’Eurostoxx potrebbe aprire la strada a una fase correttiva più profonda.
In conclusione, il mercato si trova in una fase di equilibrio instabile. Non è ancora ribassista, ma è sicuramente meno solido rispetto al passato recente. La lettura più realistica è quella di una fase laterale ad alta volatilità, tipica dei momenti di transizione.
Ed è proprio in queste fasi che si decide il futuro trend, accumulazione prima di una nuova gamba rialzista o distribuzione prima di una discesa più marcata. Capire quale delle due dinamiche prevarrà sarà la chiave dei prossimi mesi.
Biagio Spinelli

