Oggi sottoporremo alla vostra attenzione l’impietoso confronto tra il nostro “Mercatino rionale” (normale da noi parlare di stagnazione visto che il Pil è ancora su livelli di 20 anni fa) e il famoso indice Americano Standard &Poor 500, tralasciando per ovvie ragioni l’indice tecnologico per eccellenza, il Nasdaq, perché il confronto sarebbe ancora più impari e mortificante.

All’inizio del nuovo millennio la capitalizzazione di Borsa di Piazza affari, ovvero il controvalore di tutte le società quotate sul listino azionario di Milano era arrivato ad una cifra record di circa 800 mld di euro, l’indice di riferimento aveva fatto registrare massimi superiori ai 51000 punti, valori mai più raggiunti in oltre 2 decadi.

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 Lunedi 30 Agosto ore 14.00 

L’indice azionario per eccellenza il Dow Jones come è evidenziato nel grafico sottostante svettava sopra la soglia psicologica dei 10000 punti.

 

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Il Nasdaq 100 quotava quasi a 5000 punti e l’Sp500 che stiamo prendendo come termine di confronto quotava intorno ai 1500.

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All’epoca nel nostro mercato azionario i vari settori erano ben rappresentati, e la componente tecnologica con una percentuale superiore al 30% la faceva da padrona.

Tra le maggiori blue chip figuravano titoli nobili quali Olivetti, Telecom, Tim, Tecnost, Seat Pagine Gialle e con il boom delle Dot-com, titoli allora sconosciuti alle masse come Tiscali ed E-Biscom arrivarono a capitalizzare più di Fiat ed Autostrade!

 

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Poi ci fu lo scoppio della bolla internet e gli indici mondiali arrivarono a perdere anche più del 50% dai massimi, nel “bel paese” pian pianino attraverso merger, acquisizioni, Opa ed altre operazioni straordinarie, si decise in maniera consapevole o no per un graduale ritorno alla Old Economy, decisone rivelatasi suicida con il passare degli anni.

Scomparvero o vennero molto ridimensionati i titoli legati all’informatica, all’innovazione e alla tecnologia, andando a sovrappesare un comparto tanto caro ai risparmiatori italiani (le banche) che ricordavano ancora con tanto affetto i rendimenti a 2 cifre degli anni 80’ dei BOT e che di certo non facevano e non fanno tuttora dell’educazione finanziare una loro priorità.  

La Borsa Italiana gradualmente iniziò a privilegiare il settore bancario e assicurativo e poi dei servizi e delle utilities a discapito dei settori più promettenti e con maggiori potenzialità, accumulando anni di colpevole ritardo rispetto ai competitor internazionali.

Per farvi comprendere e attualizzare quelle che furono scelte a dir poco “scellerate”, senza lungimiranza, senza alcuna visione di dove stesse andando il mondo, è come se oggigiorno scegliessimo in maniera deliberata una direzione, delle politiche, qualche manovra per favorire maggiore centralizzazione, maggior controllo, maggior utilizzo del fossile, quando è chiaro alla gran parte delle persone con un minimo di sale in zucca che il mondo corre verso tecnologie innovative quali Blockchain, sicurezza informatica attraverso la crittografia, utilizzo di criptovalute con scambi immediati di valore in tutto il mondo e in tempi quasi immediati.

La ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie per una maggiore efficienza energetica e una ritrovata attenzione all’ambiente sta spingendo a ripensare, riprogettare, modificare completamente vecchi modelli di produzione, il tutto in direzione dell’elettrico e delle nuove energie rinnovabili.

La domanda semplice, banale che ogni investitore dovrebbe porsi è perché continuare ad investire su un mercato azionario, il nostro, fermo al palo da più di 20 anni, nel quale anche l’offerta di piattaforme di negoziazione, di nuovi strumenti finanziari, di fiscalità, non solo non è migliorata ma in tanti aspetti è peggiorata e di tanto, basti ricordare che la tassazione sul capital gain nel 2000 era da qualche anno passata dallo 0% al 12,5%, ed ora si paga ben il 26%, cui bisogna aggiungere l’odiosa e dannosa Tobin Tax, l’imposta sul conto corrente, il fatto che le minusvalenze abbiano una durata di solo 4 anni, etc etc.

L’offerta nostrana per quanto riguarda gli strumenti di negoziazione e le piattaforme di trading è rimasta pressoché invariata, senza modifiche da almeno 10 anni, mentre i broker stranieri sono all’avanguardia, si aggiornano, si rinnovano, con investimenti in crescita per lo sviluppo e la ricerca ed una sana e vera concorrenza.

Mentre il mondo strizza l’occhio al prossimo futuro, investimenti per vacanze su Marte, trasporti con Hyperloop, intelligenza artificiale, macchine autonome, esoscheletri per patologie invalidanti gravissime, da noi ci si interroga ancora sulla fattibilità del ponte sullo stretto!

L’ultimo grafico non ammette repliche, inesorabile, spietato nella sua immediatezza di lettura imbarazzante nel raffigurare il ritardo accumulato e gli errori commessi negli ultimi 15 anni rispetto a quasi tutti i maggiori indici mondiali.

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Sinceramente investireste su mercati stagnanti che hanno bisogno sempre di un faro, che non riescono a brillare di luce propria anche a causa di decisioni “disattente” per usare un eufemismo, che devono essere sempre trainati da qualcun altro, con un eccesso di burocrazia imbarazzante o preferireste farlo su mercati maturi, liquidi, con società quotate all’avanguardia e con occasioni giornaliere continue?

Ma ci rendiamo conto che la stampa e il governo riportano con enfasi i dati della nostra ripresa economica (una delle migliori d’Europa) dimenticando di dire che era anche quella che aveva perso di più e che non è certo tornata ai livelli pre-covid.

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Ci si attacca anche all’Europeo di calcio pur di dire che la vittoria della nostra nazionale contribuirà a migliorare il Pil italiano! Le stesse medaglie d’oro alle Olimpiadi sono indicatore di sviluppo economico!

Mi sa che a parole siamo molto bravi, ma i fatti sono ben altri: ricordiamo sempre le parole di Renzi “MPS a 1€ è un affare” (peccato che vale 1€ ma hanno dato 1 azione al posto di 100, per cui si è perso il 99%) o di Gentiloni “magari con Mps ci guadagniamo anche” (altri 20 miliardi andati in fumo e non è ancora finita, visto i magheggi che dovranno inventarsi per farla digerire ad Unicredit).

E’ per questo che nei nostri articoli è raro oramai trovare certificati su sottostanti italiani, sono pochi e pagano anche molto meno di analoghi certificati con sottostanti americani: a fronte di una maggiore volatilità però il mercato americano offre un trend di crescita che non ha eguali e che sembra inesauribile.

Di questi tempi si è fatto decisamente interessante, anche in considerazione dell’airbag e dell’avvicinarsi della prossima cedola, questo certificato:

DE000HV8BP08 Certificato emesso da Unicredit con scadenza giugno 2023.

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Certificato speculativo ma che unisce rendimento e protezione avendo comunque l’airbag che ne potrà sostenere il prezzo anche in caso di discesa di uno dei sottostanti.

Anche la durata è estremamente interessante essendo inferiore ai due anni.

Oggi il certificato quota in lettera 980 con il titolo Beyond in perdita del 20% dal suo strike, mentre Tesla è salita di circa il 10%: non dimentichiamo che sono passati due mesi dall’emissione, per cui sono maturati due terzi della cedola (quasi un 4%) per cui è come se lo si pagasse circa 940, se dovesse centrare l’autocall a dicembre offrirebbe un rendimento di quasi il 14% in 4 mesi.

Ottimo anche per chi ha necessità di compensare le minus in scadenza, visto che le 2 cedole di settembre e dicembre non dovrebbero essere a rischio, e si evita di andare sui maxicoupon classici su cui è molto facile vedere il prezzo scendere ben più dei maxicoupon pagati.

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Alla prossima

Giovanni Borsi e Biagio Spinelli