Nei milioni di eseguiti che ho fatto in Borsa negli ultimi 25 anni gli annali ricordano si e no una decina di operazioni che ho mandato a mercato affidandomi all’analisi tecnica. Non ho mai negato che per me l’analisi tecnica è importante solo quando il grafico “parla da solo”, ma per il resto non mi vedrete mai tirare e incrociare righe su righe per decidere come allocare il mio patrimonio.

Nasco come fondamentalista e, anche se sono noto per la mia velocità decisionale e di esecuzione sui book e per la complessità delle mie strategie con le opzioni, la base da cui partì tutto almeno 3 decenni fa è l’analisi fondamentale, quando in Banca mi occupavo di fidi e facevo le analisi di bilancio per erogare finanziamenti alle imprese e posso vantarmi (forse anche per un pizzico di fortuna) di non aver mai fatto perdere un euro alla Banca e di essermi licenziato con zero sofferenze sul groppone. L'analisi fondamentale, lei sì che devo ringraziare.

Me ne frega poco di individuare un buon pattern grafico ed entrare su un supporto imperdibile, anche se mille indicatori convergono, se poi il titolo che sto trattando appartiene ad una società dai fondamenti e dai bilanci marci, che non merita neanche la fatica di aprire la piattaforma.

Prima di partire con le elucubrazioni tecniche e filosofiche, bisogna fare una gran distinzione tra settori e titoli per cui vale la pena adoperarsi e quelli che sono da buttare nel cestino senza neanche perdere tempo.

Queste distinzioni sono tendenzialmente stabili nel tempo (se un’azienda è governata coi piedi, facilmente i numeri faranno pena per anni, almeno finché non viene eliminato chi sta ai vertici e la reputazione non si sarà affievolita negli anni annorum). Guardate solo cosa era riuscito a fare Marchionne con il suo arrivo in Fiat!!      

Se anche le tue azioni sono su un gran supporto questo può essere polverizzato velocemente; oggi stanno accadendo cose che nessuno ha mai visto (vedasi prezzo del petrolio negativo), per cui non mi stupirei di vedere aziende floridissime a febbraio portare i libri in tribunale tra qualche mese.

Se certe dinamiche rimangono stabili per lunghi periodi, è altrettanto vero che questi periodi prima o poi giungono al termine e aprono il sipario a contesti del tutto nuovi.

Che piaccia o no, adesso stiamo vivendo questa fase di rimescolamento delle carte in diretta.

Okkio dunque a pensare che certe cose siano facili o che su certi prodotti ti stiano regalando soldi.

Prima di prendere squadra e righello e tirare righe e proiezioni in su e in giù, ora dobbiamo semmai chiederci a livello locale ed a livello globale, come sono cambiate le nostre stesse abitudini, incluse ovviamente quelle di acquisto e, senza improvvisarci Nostradamus, avere l’umiltà di fare qualche congettura ragionevole su come la nuova vita dell’umanità si ripercuoterà necessariamente anche sui dati aziendali e di conseguenza sui prezzi che alla fine andiamo a comprare e a vendere nell’ambito dei nostri investimenti finanziari.

In questo senso ribadisco una volta in più quanto ho già argomentato in varie interviste: personalmente sto ben alla larga dai titoli automobilistici, da quelli delle compagnie aeree o legate in qualche modo ai viaggi e al turismo e sono particolarmente sull’attenti sul settore finanziario

Entrando più a fondo nel settore finanziario, la realtà è molto disomogenea: 

da una parte ci sono le banche di credito ordinario, quelle che più avranno a che fare con le sofferenze dovute alla prossima recessione e che credo avranno ben poco da offrire ai loro investitori, se non altre fregature

-  dall’altra parte ci sono società poco esposte alle insolvenze (società di risparmio gestito, società che si occupano di pagamenti elettronici etc etc) e società in prima linea ad affrontare ed assistere le aziende attanagliate dalla recessione - ok ad esempio per Fineco, che tra l’altro ha registrato una raccolta record in marzo, a Nexi e ad altri colossi del settore dei pagamenti digitali, come ad esempio Paypal 

Anche dal punto di vista geografico, le cose cambiano parecchio: le nostre banche italiane fanno quello che possono già da anni e di certo non brillano, anzi, se si nascondono in tanti casi è meglio.

Chi potrebbe guadagnarci dalla paura degli italiani a subire una patrimoniale?

Delle ottime candidate ad essere considerate un porto sicuro dove tenere i propri risparmi sembrano essere le banche svizzere.

Personalmente non vedo di buon occhio in generale le banche svizzere

e non mi farei mai rapinare dagli gnomi svizzeri,

che ritengo i più cari al mondo nella gestione del denaro,

però preferirei senza dubbio esserne azionista, che cliente.

Con queste doverose premesse, analizziamo ora questo certificato appena emesso da Citigroup proprio sulle tre maggiori banche elvetiche:

Isin: XS1575031387, Phoenix memory Worst of su 3 titoli bancari svizzeri

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Questo certificato avente come sottostanti i titoli Credit Suisse, Julius Baer e UBS ha una durata di soli 2 anni, paga una cedola mensile dell’1%, a condizione che nessun titolo quoti sotto al trigger posto al 60% del prezzo iniziale nelle date di rilevazione previste.

A partire dalla data di rilevazione cedola del 14 ottobre 2020, se tutti i sottostanti quoteranno pari o sopra il loro prezzo strike, il certificato verrà rimborsato in anticipo al valore nominale + l’ultima cedola.

Se non dovesse essere rimborsato in autocall, la scadenza naturale è prevista per il giorno 14 aprile 2022, quando sarà sufficiente che nessun titolo quoti sotto la barriera finale, posta al 60% del prezzo iniziale, per avere diritto al rimborso a 1000.

Le cedole sono con effetto memoria, che significa che se una o più cedole non dovessero essere pagate nelle date previste, saranno recuperate in una qualche data di rilevazione successiva, non appena le condizioni torneranno ad essere rispettate.

Oggi il certificato è in lettera a 970 con i titoli sottostanti tutti in leggera perdita rispetto al loro strike.

Se uno si limita a farsi invogliare dal rendimento, sui bancari italiani si viaggia con rendimenti ben più alti, quasi doppi, proprio per via della loro altissima volatilità: attenzione però perché i CDS sui bancari italiani sono volati al 3% (v. su Banco Bpm), per cui un sottostante italiano oggi è percepito molto più rischioso di un sottostante svizzero.

Il rendimento relativamente basso di questo certificato costruito sugli “gnomi svizzeri” (è comunque pur sempre un 1% al mese) è dovuto unicamente alle capacità di tenuta delle banche svizzere ed alla durata breve del certificato, che è appunto di soli 2 anni.

Chi sono questi gnomi svizzeri?

Gli gnomi svizzeri sono banchieri noti per le loro politiche estremamente segrete e tutto tranne che trasparenti che, come gli gnomi delle fiabe, vivono nel sottobosco e contano i soldi in gran segreto.

Le tre banche svizzere che ci interessano per la nostra disamina sono

1. CREDIT SUISSE

È stata fondata nel 1856 dal politico Alfred Escher, ha la sede a Zurigo ed originariamente forniva attività di finanziamento ad aziende nazionali per poi, attraverso rapidi processi di fusioni ed acquisizioni, diventare uno dei principali player mondiali.

Rappresenta oggi uno dei poli finanziari più importanti al mondo, in cui lavorano quasi 50.000 persone sparse in più di 50 nazioni ed operando su tre diverse divisioni: Private Banking, Investment Banking ed Asset Management.

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Fonte: investing.com


Il trend del titolo dimostra di avere reagito molto bene alla bolla degli anni 2000, passando da una quotazione di 20 franchi svizzeri fino a fare un nuovo massimo storico a oltre 80 franchi poco prima dello scoppio della crisi finanziaria del 2008, scossone che gli ha fatto perdere tutto quello che aveva guadagnato precedentemente.

Dal punto di vista dell’analisi fondamentale negli ultimi 3 anni Credit Suisse ha riportato degli ottimi dati, che però come tante volte accade non rispecchiano il consenso del mercato: il Roe (return on equity) è passato da un valore negativo del 2017 ( -2,25) ad un valore positivo del 7,84 nel 2019, grazie sicuramente alla divisione del Private Banking, che ha aumento considerevolmente le masse. La società capitalizza circa 19 miliardi di franchi svizzeri e si distingue per la sua indubbia solidità, unita ad una buona redditività e capacità di crescita.

2. UBS

Da oltre 150 anni UBS è la più grande ed importante banca privata e di investimento svizzera, offre una moltitudine di servizi sia alla clientela retail che alla clientela corporate e professionale; per quanto riguarda la gestione dei patrimoni è considerata una delle maggiori banche al mondo con oltre CHF 3.607 miliardi under management.

UBS ha sede in tutti i più grandi centri finanziari mondiali, impiega una forza lavoro pari quasi a 70.000 unità dislocate in quasi 50 paesi e capitalizza ben circa 51 miliardi di franchi svizzeri.

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Fonte: investing.com

Il trend grafico mostra una analogia con quello di Credit Suisse: dalla quotazione è complessivamente crescita fino allo scoppio di Lehman Brothers, per poi perdere tutto il gain accumulato e dopo assestarsi bene o male, ma senza riuscire più superare i 20 franchi.

Anche in questo caso analisi tecnica ed analisi fondamentale non vanno a braccetto: negli ultimi tre anni l’utile di esercizio ha registrato un forte incremento, anche se negli altri indicatori risulta migliore la situazione di Credit Suisse.

3. JULIUS BAER

Julius Baer è la più importante banca svizzera di pura gestione patrimoniale: occupandosi esclusivamente di attività di private banking e di risparmio gestito per la clientela privata e istituzionale, gestisce un patrimonio di 426 miliardi di franchi svizzeri e, diversamente dagli altri due gnomi, non si occupa di attività di finanziamento e di sviluppo di attività corporate.

Quotata in borsa solo a decorrere dal 2009, ha contenuto i danni post credit crunch e ha raggiunto il massimo di espansione all’inizio del 2018, quando ha toccato il suo massimo storico ad oltre 60 chf (anno in cui ha acquisito il controllo del Gruppo Kairos).

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Fonte: investing.com

La redditività di Julius Baer, che capitalizza 7,85 miliardi di franchi svizzeri, dipende dalla sua capacità di incrementare e di gestire correttamente le masse, come evidenziano il suo conto economico ed il suo stato patrimoniale.

Questi tre gnomi rappresentano l’eccellenza dei servizi finanziari europei: fino a pochi anni fa la Svizzera era vista come l’El Dorado dove a parcheggiare i soldi, con la speranza di ottenere in cambio lauti profitti. La situazione attuale non è delle più rosee per il settore del risparmio gestito, ma possono esserci ottime opportunità di crescita, proprio in un momento rivoluzionario come questo, se filtrate e gestite cum grano salis.

Riassumendo, credo che il processo di raccolta di queste 3 banche crescerà anche in questa situazione avvalendosi di professionisti accreditati nel settore, ma più di ogni altra cosa della paura di molti investitori di rimanere nell’area euro, in particolar modo in Italia.

Ecco perché, se uno vuole investire nel settore bancario, meglio guardare nello specifico di che banche si tratta, la loro storia, come hanno reagito agli tsunami finanziari, i loro dati fondamentali (più che tecnici), l’appetibilità dei loro business plan e l’aspettativa dei risparmiatori e degli azionisti, tenuto conto di come sta cambiando il mondo in maniera irrevocabile con questo virus che ci sta mettendo tutti a durissima prova.

Per il rapporto rischio-rendimento, il nostro faro che deve guidarci ora come non mai in questo mare di incertezze, preferisco nettamente un 1% al mese ma sapendo che sotto ci sono 3 gnomi, che in realtà sono 3 giganti, anziché spuntare rendimenti doppi o tripli, ma che in realtà nascondono pericoli ben più insidiosi.

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Un caro saluto

Giovanni Borsi & il Team GB Investing