Nessuno pensava che il Coronavirus potesse travolgere i mercati in questo modo.

La reazione di fine gennaio alla notizia dell’epidemia in Cina (piccolo ribasso e subito nuovi massimi) non ha generato particolari timori sui mercati occidentali con tutti gli analisti a dare nuovi target rialzisti al nostro mercato visto che finalmente si era rotta una resistenza epocale a 25000 punti.

 Io non sono mai stato un amante dell’analisi tecnica e sentir dire che era tutto scritto nei grafici mi fa venir voglia di mandare tranquillamente a quel paese qualcuno. Vedere i mercati governati dai tweet di Trump sui dazi o di Conte e Salvini sulla politica, dalle iniezioni senza misura e senza logica dalle Banche Centrali (ora che ce ne sarebbe davvero bisogno credo abbiano finito le cartucce) a cui oggi sommiamo le notizie quotidiane da bollettino di guerra sull’emergenza coronovirus, beh se permettete tutto questo fa passare un po’ la voglia di fare questo mestiere.

In questi ultimi 3 anni posso solo dire che la finanza è cambiata tantissimo ed è sempre più difficile investire il denaro, visto che l’alternativa al rischio è lo zero offerto dai bond o i tassi negativi proposti dalle banche. E allora??

Tutti a comprare certificati pensandoli al nuovo Eldorado dei prodotti a cedola; ma chi era abituato alle obbligazioni non si aspettava certo (o non gli è stato spiegato bene) che i certificati con sottostante azioni sono strumenti che hanno sì delle belle protezioni, ma sono derivati dei sottostanti azionari, e in queste fasi di volatilità esplosa a 50 soffrono ancora di più delle azioni stesse.

Lasciando stare i certificati che hanno fatto strike a gennaio e già sono alle prese con le barriere (tra i quali però ci può essere ancora qualcosa di decente confidando nell’airbag e nel maxicoupon che abbattono considerevolmente i rischi come da mio ultimo articolo), anche quelli che stanno arrivando sul mercato hanno subito almeno l’ultima parte di ribasso del mercato (di questa settimana) ma almeno hanno ancora un 20% dalle barriere (che può sembrare poco o tanto a seconda dei punti di vista).

Per chi non lo sapesse un certificato emesso ai primi di marzo è nato di fatto 15 giorni prima, quando la volatilità era bassissima per cui le cedole offerte erano al passo coi tempi e basate quindi sulla volatilità del 15 febbraio. Guardate questo ottimo certificato

XS1575032781: phoenix con cedole a memoria scadenza sett 2022

rompicedole 25 certificato

 

Certificato emesso a inizio marzo 2020 da Citigroup con scadenza 12 settembre 2022, con autocall in essere da settembre di quest’anno. Il titolo peggiore è ENI ma la barriera è posta a 6,67 €, livello francamente difficile da pensare per un’azienda che paga a questi prezzi un dividendo del 10%. E’ ovvio che se investo 800 (oggi forse qualcosa in meno) sul certificato la cedola dello 0,5% sul nominale è in realtà dello 0,625% (7,5% annuo) ma i potenziali 200 punti di possibile capital gain fanno lievitare il rendimento massimo del certificato al 17,5% annuo. Oggi è difficile trovare qualcosa che renda meno e visti i pericoli (perché oggi si rischia su qualsiasi asset class) mi sembra che sia un giusto mix tra rischio e rendimento. Il titolo peggiore in questo caso è Eni che solo qualche giorno fa riceveva consensi estremamente positivi dalla maggior parte degli esperti miei colleghi.

Io difficilmente faccio commenti sui singoli titoli, salvo che non ci siano operazioni straordinarie (aumenti di capitale) su cui valgono altre considerazioni, ma oggi mi permetto di sottolineare che bisognerebbe osservare attentamente il mercato per individuare quei titoli i che si difendono meglio e non mi stupirei se qualche azienda gioiello del made in Italy a breve fosse oggetto di acquisizione (visti i prezzi da saldo). Urge avere nuove emissioni che possano beneficiare di prezzi strike bassi e ottime cedole, forse nei prossimi 15 giorni si avranno veramente tante occasioni su cui investire, ma bisogna stare molto attenti a selezionare le proprie cartucce evitando titoli che potrebbero non risollevarsi dopo la crisi.

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Alla prossima,
Giovanni Borsi